23/04/2015

DIALOGHI SILENTI – dal 3 al 31 maggio 2015

DIALOGHI SILENTI

Silenziose presenze accolgono il visitatore tra le antiche mura di una chiesa sconsacrata al limite tra la campagna e l’abitato. Sono le opere di Bruno Lucchi, sculture di piccole, medie e grandi dimensioni, che hanno trovato la giusta relazione tra loro e  quel che resta delle decorazioni preesistenti di un luogo che, in un tempo lontano, è stato sacro. Sono presenze ieratiche, armoniche, incutono rispetto. E’ un dialogo tra divino e  terreno, capace di grandi comunicazioni sul piano emotivo ed estetico.

Si è indotti al silenzio, alla riflessione. Si fa strada dentro di noi una sorta di preghiera laica davanti all’opera d’arte, specchio dell’anima dell’artista che riflette e irradia lo spettatore con la sua luce. E’ un dialogo tra la materia e lo spazio, tra vuoti e pieni. Tra la luce e le tenebre. Tra figure, archetipi di uomini e donne, forse angeli, lontane dalle insidie terrene, unite solo dall’Amore. Le dicotomie proseguono  e ci portano al nocciolo di tutti i pensieri, l’eterna lotta tra il Bene e il Male che l’artista risolve con la vittoria del Bello. Una sapienza paziente, silenziosa, produce queste opere che resteranno, vincendo anche sul Tempo. Materia viva che intona dialoghi silenti.

Conversazione con l’autore

Come vive la relazione tra le opere e lo spazio espositivo? 

“In questo caso siamo vincolati da uno spazio importante come la chiesa di Santa Maria Annunciata, che richiede opere di grandi dimensioni ma anche qualche scultura piccola per bilanciare i volumi. Questo luogo emana energia e armonia, in sintonia con il mio spirito, che mi porta a cercare il giusto equilibrio per non sovrastare ma nemmeno essere sovrastato dallo spazio, ma entrarvi in relazione attraverso le sculture. Filo conduttore della mostra sono i soggetti classici del mio lavoro, cui si aggiungono alcune Perle, le opere più nuove, nate quasi per gioco. Le fusioni in bronzo sono a cera persa, pezzi unici, poi ci sono le terrecotte e alcune porcellane, multipli in più esemplari. Gli ultimi lavori sono quelli realizzati in terracotta e acciaio”.

Quando ha iniziato a lavorare come scultore?  

“Facevo il pittore in anni in cui era difficile entrare nel mercato dell’arte, era allora un’avventura complicata e costosa. Così ho iniziato a lavorare con la ceramica, producendo oggettistica. Ho aperto una galleria d’arte e organizzavo mostre per altri. Avevo il tavolo sempre sporco di argilla e con questo materiale ho realizzato i primi Paesaggi su lastra. Era la fine degli anni Ottanta e il passaggio alla tridimensionalità è stato breve. Dopo un viaggio in Normandia sono nati i miei Menhir: sentivo il fascino di quelle pietre primordiali, segno di antichissime civiltà. In essi era già presente l’idea dell’Androgino, cui sono approdato nel 1991 con un ritorno al figurativo. Oggi questo essere misterioso, asessuato, si è evoluto in una figura femminile trovando una propria identità, ricca di energia vitale nell’enfasi voluta della capigliatura e nelle fasciature. La tecnica che utilizzo è quella denominata colombino, la stessa dei vasi realizzati nell’antichità, che già padroneggiavo nella mia produzione in ceramica”.

Quali sono i suoi soggetti?

“Ho ripreso i sogni, gli archetipi, immagini non cercate, ma arrivate spontaneamente. E’ come se qualcuno ci prendesse per la giacca e ci guidasse lungo un percorso. Così  sono arrivati i Paesaggi, visioni dell’universo, con i Menhir, gli Sferoidi, le Figure. Ma chi è l’androgino? Sono ancora alla ricerca di una risposta. L’unica cosa certa è che non deve assomigliare a nessuno, né uomo, né donna, poiché in realtà  ne è l’essenza, è una rappresentazione dell’energia che tutti abbiamo dentro e di cui ci dimentichiamo. Non ha né occhi né orecchie perché sa già tutto”.

“Il tema della Coppia è arrivato dopo anni di esperienze, anche di vita, come nel matrimonio. La Coppia è proposta  come qualcosa di inseparabile, indissolubile. Sono corpi fusi insieme, anima e corpo. Come delle crisalidi, nate dall’uomo, dalla donna, dall’amore”.

Quale rapporto ha con il sacro?

“Tutto è nato spontaneamente,  sempre ricercando un’armonia di forme e spirito,  nella chiesa come in altri luoghi. Ho realizzato Crocifissi, Via Crucis, Sacerdoti. Erano già dentro al mio percorso, e credo che andando avanti con l’età si approdi gradualmente  alla spiritualità. Ad un certo punto della vita si pensa al dopo in modo diverso, all’eternità o ad un altro mondo dopo la vita terrena. Si pensa che esista qualcosa d’altro”.

Quali sono i suoi maestri? 

“Le influenze culturali arrivano da altri artisti contemporanei. Molto importante è stata la visita alla mostra di Giuliano Vangi al Forte Belvedere a Firenze nel 1995.  Un altro grande, di cui ho visto la mostra allestita in un castello trentino, è Luigi Mainolfi, con le sue grandi sculture in terracotta. E poi naturalmente Arturo Martini, e nel passato Michelangelo, soprattutto per le Pietà”. 

Dove sta andando ora Bruno Lucchi?

“L’acciaio corten  mi ha aperto un mondo.  Da un po’ di anni mi diverto a fare tutto quello che mi viene in mente. Tra la materia e la forma è sempre la forma a prevalere. Prima mi viene l’idea: nel sacro è il tema che mi porta alla forma. La materia è uno strumento. Arte, natura, tecnologia, ogni volta è una sfida mantenere la propria identità. L’astrazione è riservata alle grandi dimensioni e do grande importanza alla luce: senza di essa la scultura è morta, non vive. Al contrario della pittura, la scultura ha bisogno della luce. E’ la luce che dà vita all’opera, non la tridimensionalità”.

Quanto contano per lei le radici, l’ambiente d’origine?  

“Le radici sono importanti. Se non fossi nato in Trentino e vissuto in un piccolo paese tra il lago e la montagna non ci sarebbe stata questa armonia interiore. La città non permette ritmi in sintonia con la nascita di un fiore, un frutto, il riposo invernale. Vivo i ritmi della natura e la mia opera ne è permeata. Lavoro tutti i giorni, dalle otto della mattina alle sette di sera. La scultura richiede tanto impegno, anche fisico. L’argilla  in qualche modo  ti detta i tempi, con ritmi precisi, diversi da quelli, per esempio, della pittura. Il mio studio è grande, luminoso, nel parco della principessa Sissi. Qui il silenzio assoluto non esiste, a volte gli uccellini fanno un rumore quasi assordante. Il silenzio è dentro di me. Tante volte ascolto la musica, la stessa, ripetutamente. E’ una forma di meditazione, è il mio modo di lavorare.”   (Paola Cortese)